Mamma non ci spiegò mai perché fosse così decisa ad aiutarlo.
Io sapevo soltanto che, ogni volta che nella nostra cucina compariva qualcosa di speciale, in qualche modo finiva sempre anche a Gabriel.
Un sabato pomeriggio sentii il profumo di una torta di mele nel forno.
Era il mio dolce preferito.
Per la prima volta dopo settimane, non vedevo l’ora che arrivasse la cena.
Ma quando entrai in cucina, mamma stava impacchettando la torta appena sfornata.
«La mangiamo stasera?» chiesi piena di speranza.
Lei esitò.
«No, tesoro. La porto a Gabriel. Per noi c’è la minestra di verdure sul fornello.»
La fissai.
«Perché lui riceve una torta, quando noi abbiamo a malapena da mangiare?»
La frustrazione mi uscì di bocca prima che potessi trattenerla.
L’espressione di mamma cambiò.
«Rachel, non parlare così di Gabriel.»
«Ma noi siamo i tuoi figli!»
La sua voce si fece insolitamente severa.
«Adesso basta.Non voglio sentirti dire mai più una cosa del genere.»
Poi prese la torta e uscì.
Rimasi sola in cucina, sentendomi messa da parte.
Nella mia mente di bambina di otto anni c’era una sola spiegazione.
Mia madre amava Gabriel più di quanto amasse me.
Da quel pomeriggio cominciai a evitarlo ogni volta che potevo.
A volte Gabriel mi salutava con la mano mentre tornavo da scuola.
Una volta mi offrì un uccellino di legno che aveva intagliato lui stesso.
Lo lasciai cadere ai suoi piedi.
Lui lo raccolse in silenzio.
«Non sei obbligata a volermi bene» disse con dolcezza. «Ma, per favore, fai attenzione quando attraversi la strada. Tua madre si preoccupa per te.»
Lo ignorai.
All’epoca, persino la sua gentilezza mi sembrava un altro tentativo di conquistare l’affetto di mia madre.
Passarono gli anni.
A un certo punto Gabriel scomparve dal quartiere.
Mamma non mi disse mai dove

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